In riferimento all’attuale dibattito sulle misure di riarmo da adottare per l’Europa, la Società Italiana di Studi Kantiani ritiene di dover richiamare l’attenzione su alcune considerazioni che Kant affidava alla Pace perpetua, la cui attualità ci pare difficilmente contestabile.

Terzo articolo preliminare per la pace perpetua tra gli stati
Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo del tutto cessare.
Infatti essi minacciano incessantemente di guerra altri stati con la disposizione ad apparirvi sempre preparati; li istigano a superarsi l'un l'altro nella moltitudine degli armati, che non conosce limiti, e, poiché, per le spese dedicatevi, la pace infine diventa ancor più opprimente di una guerra breve, per disfarsi di questo fardello sono essi stessi causa di guerre d'aggressione; a ciò si aggiunge che venir assoldati per uccidere o essere uccisi sembra racchiudere in sé un uso degli esseri umani come semplici macchine e utensili in mano a un altro (lo stato) che mal si concilia col diritto dell'umanità nella nostra propria persona. Le cose stanno in modo completamente diverso nel caso dell'esercizio volontario dei cittadini in armi intrapreso periodicamente, allo scopo di assicurare se stessi e la loro patria contro gli attacchi dall'esterno. Allo stesso modo, con l'accumulazione di un tesoro avverrebbe che esso, considerato dagli altri stati come una minaccia di guerra, li necessiterebbe ad aggressioni preventive (perché fra i tre poteri – il potere dell'esercito, quello delle alleanze e quello del denaro – quest'ultimo potrebbe ben essere lo strumento di guerra più efficace, se non gli si opponesse la difficoltà di indagarne la grandezza).
(Ak VIII 345)

Dal Sesto articolo preliminare
Nessuno stato in guerra con un altro deve permettersi ostilità tali da rendere impossibile la fiducia reciproca nella pace futura [...] in piena guerra deve rimanere ancora una qualche fiducia nella disposizione d'animo del nemico, perché altrimenti non si potrebbe neppure concludere una pace e l'ostilità degenererebbe in una guerra di sterminio (bellum internecinum): poiché la guerra è però il triste strumento imposto dalla necessità nello stato di natura (ove non esiste nessun tribunale che possa giudicare in modo giuridicamente valido), per affermare il proprio diritto con la violenza e in questo caso nessuna delle due parti può essere interpretata come un nemico ingiusto (perché questo presuppone già una sentenza giudiziaria), bensì solo l'esito della guerra stessa (proprio come in un cosiddetto giudizio di Dio) decide da che lato è il diritto, fra stati non si può pensare una guerra punitiva (bellum punitivum) (perché fra loro non ha luogo una relazione di sovraordinato e subordinato). - Da ciò allora segue che una guerra di sterminio in cui la distruzione può toccare a entrambe le parti nello stesso tempo, e assieme a queste anche a ogni diritto, farà sì che la pace perpetua abbia luogo solo nel grande cimitero del genere umano. Quindi una tale guerra, e perciò anche l'uso dei mezzi che conducono a essa, deve essere assolutamente vietata.
(Ak VIII 346-7)

Dal Primo articolo definitivo per la pace perpetua
La costituzione repubblicana, oltre alla limpidezza della sua origine, l'essere scaturita dalla pura fonte del concetto di diritto, ha in più la prospettiva della conseguenza desiderata, cioè la pace perpetua, il cui fondamento è questo. Se (come non può essere altrimenti in questa costituzione) è richiesto l'assenso dei cittadini, per decidere “se debba essere guerra, o no”, allora niente è più naturale che essi, poiché dovrebbero decidere di infliggere a se stessi tutte le tribolazioni della guerra (come combattere essi stessi, pagare le spese della guerra col proprio patrimonio, porre rimedio miseramente alla desolazione che lascia dietro di sé, e infine, per colmare la misura del male, assumersi il peso di un debito mai liquidabile (a causa di sempre nuove guerre successive), il quale rende amara la pace stessa, rifletteranno molto per cominciare un così cattivo gioco. Di contro, in una costituzione in cui il suddito non è cittadino e dunque non è repubblicana, la guerra è la cosa che al mondo richiede meno riflessione, perché il capo non è socio dello stato, ma suo proprietario, e con la guerra non si priva minimamente dei suoi banchetti, delle sue cacce, dei suoi castelli di svago, delle sue feste di corte e simili, e quindi può deciderla per cause insignificanti, come una specie di viaggio di piacere, la cui giustificazione può lasciare con indifferenza, per decoro, al corpo diplomatico a ciò sempre pronto.
(Ak VIII 351)